p 343 .

La seconda guerra mondiale

11 . L'aggressivit della politica estera della Germania nazista.

Da: J. Joll, Cento anni d'Europa, 1870-1970, Laterza, Bari, 1975

Gran parte della storiografia concorda nell'attribuire le maggiori
responsabilit dello scoppio della seconda guerra mondiale
all'aggressivit della politica estera della Germania nazista; nel
passo qui riportato lo storico inglese James Joll ne ripercorre le
principali tappe, evidenziando come queste convergessero verso il
raggiungimento dell'obiettivo finale, ossia l'occupazione di "uno
spazio vitale in cui la Germania potesse espandersi e che fornisse
alla razza superiore le materie prime a sostegno del suo dominio sul
resto del pianeta".

Adolf Hitler aveva illustrato molto chiaramente nel Mein Kampf [La mia
battaglia] i suoi obbiettivi di politica estera; ma, esattamente come
in Germania ogni gruppo si lasciava attrarre dagli aspetti del suo
programma interno che gli riuscivano graditi e ignorava gli altri,
cos i governi stranieri prendevano per oro colato le sue
dichiarazioni dopo l'ascesa al potere ed erano riluttanti a prendere
sul serio i grandi piani di espansione e conquista delineati nel suo
libro. [...]
Cos l'annunzio dell'esistenza di una aviazione militare tedesca nel
marzo 1935, l'introduzione del servizio militare obbligatorio e la
rioccupazione della zona smilitarizzata della Renania nel marzo 1936,
suscitarono bens allarmi, ma nessuna azione concreta da parte
francese e britannica, e in ognuno dei casi Londra cominci a
considerare seriamente le proposte alternative presentate da Hitler.
Dopo il marzo 1936, i francesi si rassegnarono, in larga misura, a
seguire la scia della politica britannica. [...]
L'invasione dell'Austria fu la prima mossa di Hitler fuori dal
territorio tedesco, in violazione dei trattati di pace del 1919. Essa
aument il senso di crisi in Europa; ma, per Chamberlain e per quanti
credevano nella possibilit di una soddisfazione concordata delle
richieste germaniche, fu un segno che la politica di appeasement
[letteralmente: pacificazione, a costo di cedimenti a favore della
Germania nazista] doveva essere perseguita con tanta maggiore urgenza.
Tutti si rendevano conto che non si poteva rinviare a lungo una crisi
sulla questione della Cecoslosvacchia, ora circondata su tre lati da
territorio tedesco. Il resto dell'Europa non era mai stato tenuto
unito da nulla di pi solido del Patto della Societ delle Nazioni e
dal gi tacitamente abbandonato trattato di Versailles, perch si
potesse tentare qualcosa a salvaguardia dell'indipendenza austriaca.
Inoltre, i nazisti potevano dar l'impressione d'essere entrati a
Vienna come liberatori e che l'Anschluss [annessione dell'Austria alla
Germania] fosse una grande vittoria del principio di
autodeterminazione. D'altra parte, la Cecoslovacchia aveva un solido
trattato con la Francia, che obbligava quest'ultima a correrle in
aiuto in caso di attacco.
I tedeschi in Cecoslovacchia, circa tre milioni in tutto per lo pi
concentrati nell'area

p 344 .

adiacente al confine con la Germania e nota come la zona dei Sudeti,
non si erano mai sentiti a loro agio nella nuova repubblica. Bench
nella stabilit e prosperit relativa dei tardi anni Venti alcuni dei
partiti politici tedeschi, specialmente quello socialdemocratico,
collaborassero col governo, la depressione del 1930-32 aveva colpito
le industrie nei Sudeti e generato, come altrove in Europa, un clima
favorevole alla propaganda nazista. [...] Hitler, quando venne il
momento di cercar di distruggere la Cecoslovacchia, pot far leva su
appoggi entusiastici e ben organizzati entro i suoi confini, e
presentare le rivendicazioni dei tedeschi dei Sudeti come una
richiesta di legittima autodeterminazione alla quale era difficile che
liberali e democratici stranieri potessero in buona coscienza opporsi.
[...]
Durante l'estate 1938, la pressione sul governo ceco aument. Poich,
cedendo alle insistenze degli alleati, Benes_ [Edvard Benes_,
presidente della repubblica cecoslovacca dal 1935] offriva ai tedeschi
dei Sudeti un grado sempre maggiore di autonomia, Hitler disse a
Henlein [politico tedesco dei Sudeti] di chiedere concessioni ancor
pi vaste. [...] In tutte quelle settimane, Hitler si serv di ogni
risorsa a sua disposizione per creare un senso di crisi e di torti
intollerabili subiti dai tedeschi in Cecoslovacchia, mentre i nazisti
dei Sudeti sfidavano apertamente le autorit e facevano del loro
meglio per produrre una situazione di caos e di disordine. Per
Chamberlain e per molti inglesi era incredibile che Hitler potesse mai
scendere in guerra quando era chiaro che tante delle sue richieste
ufficiali potevano essere soddisfatte; il primo ministro decise quindi
di incontrarsi personalmente con lui per appurare che cosa esattamente
avesse in animo. Il 15 settembre 1938, compiendo il primo volo in vita
sua e portando l'ombrello che per molti osservatori era il simbolo
della pacifica societ borghese ora messa faccia a faccia col nazismo,
raggiunse Berchtesgaden, in Baviera.
Le conversazioni lo incoraggiarono al punto che, rientrato a Londra,
elabor un piano di concessioni che Gran Bretagna e Francia dovevano
persuadere il governo ceco ad accettare, e che comportava n pi n
meno la cessione alla Germania della maggior parte delle aree di
lingua tedesca. Bench a Praga alcuni parlassero di combattere
all'ultimo sangue per difendere la patria, Benes_ cap che non v'erano
alternative. La fragilit della repubblica era sempre pi evidente:
non solo polacchi e ungheresi rivendicavano le terre di cui credevano
d'essere stati ingiustamente defraudati alla conferenza della pace, ma
anche gli slovacchi erano sempre in cerca di mezzi per ottenere
l'autonomia della loro provincia. La sola speranza per Benes_ era di
chiudere il pi rapidamente possibile la crisi e - bench sia
probabile che non avesse molta fiducia nell'esito finale - cercar di
consolidare la repubblica cecoslovacca senza i suoi abitanti tedeschi
e con la promessa di una garanzia franco-britannica dei suoi nuovi
confini.
Ben presto, tuttavia, apparve chiaro che neppure questa soluzione
avrebbe soddisfatto Hitler. Quando Chamberlain si rec per la seconda
volta in Germania incontrandosi con lui a Godesberg, in Renania, il
Fhrer insistette non solo per un regolare trasferimento del
territorio da cedersi, ma per la sua immediata occupazione ad opera di
truppe tedesche. Per qualche giorno sembr che la guerra fosse
inevitabile, e che i francesi, pur non disponendo di piani militari,
non avessero altra scelta che di onorare gli impegni assunti verso la
Cecoslovacchia. Malgrado per la mobilitazione della flotta
britannica, Chamberlain, come quasi tutti in Gran Bretagna, non poteva
ancora capacitarsi di quanto stava accadendo: "Com' orribile,
fantastico, incredibile", disse in una radiotrasmissione il 27
settembre 1938, "che noi dobbiamo scavare trincee e provare maschere
antigas a causa di una controversia in un paese lontano fra gente di
cui non sappiamo nulla! E ancor pi impossibile sembra che una
vertenza gi appianata in linea di principio debba essere l'oggetto di
una guerra".
Comunque, una soluzione che salvava la faccia fu trovata. Mussolini,
che a questo punto era ansiosissimo di evitare una guerra europea alla
quale l'Italia non era n militarmente n economicamente preparata, e
in cui non poteva sperar di recitare una parte brillante, rispose
all'invito inglese di intervenire presso Hitler e lo convinse a
rinviare ogni azione in attesa di

p 345 .

un ultimo sforzo di Chamberlain per raggiungere una composizione
pacifica del conflitto. Il risultato fu l'incontro a Monaco il 29
settembre fra Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier - ma nessun
rappresentante della Cecoslovacchia - che diede un po' pi di
rispettabilit internazionale alla soddisfazione delle richieste
hitleriane. [...]
La pace era stata salvata; e l'acclamazione popolare sia a Chamberlain
che a Daladier (del quale si dice avesse creduto che la folla
all'aeroporto volesse non tanto salutarlo, quanto dimostrare contro di
lui) al loro ritorno, mostr che la politica di Monaco, per quanto
umiliante sembrasse per Francia e Gran Bretagna, e disastrosa per la
Cecoslovacchia, corrispondeva al desiderio dei popoli europei di pace
quasi ad ogni costo. La crisi rivel molte cose circa la natura delle
relazioni internazionali in Europa. Essa era stata risolta da quattro
potenze - Inghilterra, Francia, Germania e Italia -, che avevano
imposto la loro decisione a un piccolo Stato, la Cecoslovacchia. I
cechi, e specialmente Benes_, che si dimise pochi giorni dopo
l'incontro di Monaco e lasci Praga, non lo dimenticarono mai. [...]
Nemmeno i russi lo dimenticarono. Erano stati ignorati dalle altre
potenze durante la crisi. Non erano stati invitati a Monaco. Non si
era presa alcuna nota dei discorsi che il loro ministro degli Esteri,
Maksim Litvinov, andava tenendo a Ginevra a favore della sicurezza
collettiva e di un solido fronte unito contro l'aggressione tedesca.
[...]
Si  molto discusso su che cosa sarebbe potuto avvenire se Gran
Bretagna e Francia fossero entrate in guerra contro la Germania nel
1938; ma  impossibile trarre da questi argomenti ipotetici alcuna
conclusione sulla capacit dell'esercito ceco a respingere un attacco
tedesco, o sullo stato relativo degli armamenti dalle due parti. E'
certo che la Gran Bretagna e, in una certa misura, la Francia
utilizzarono l'anno fra Monaco e lo scoppio definitivo della guerra
per affrettare i tempi del loro programma di riarmo. Ma  un errore
credere che la consapevolezza delle deficienze negli armamenti inglesi
e francesi abbia avuto un grande peso nella decisione di abbandonare
la Cecoslovacchia al suo destino nel settembre 1938. Essa fu il
risultato, soprattutto, di un intenso desiderio di pace, del profondo
orrore suscitato dai ricordi della prima guerra mondiale, e della
riluttanza a credere che Hitler pensasse davvero alla guerra come
mezzo per raggiungere i suoi fini. [...]
Tuttavia, passata la prima impressione di sollievo, molti cominciarono
ad essere meno ottimisti, e un freddo senso di apprensione per
l'inverno cal sull'Europa.
Nel marzo 1939, Hitler scopr le sue carte. Esattamente come un anno
prima, gli sviluppi interni in Austria l'avevano deciso a realizzare
l'intenzione di annettere il paese, cos ora l'attivit dei
nazionalisti slovacchi e i tentativi ungheresi di ulteriori revisioni
confinarie gli offrirono l'occasione di ottenere ci che non gli era
riuscito al tempo di Monaco. Sfruttando il pretesto della domanda
slovacca di aiuto e delle solite lagnanze dei tedeschi rimasti in
Cecoslovacchia per quelli che pretendevano fossero i torti
insopportabili subiti da parte dei cechi, il 15 marzo 1939 Hitler
mand il suo esercito ad occupare Praga. I cechi, il cui presidente
era stato personalmente ricattato da lui con la minaccia della
distruzione della capitale per bombardamento aereo, non opposero
alcuna resistenza. E poich la crisi era cominciata con la richiesta
slovacca di indipendenza, i governi di Londra e Parigi poterono
sostenere che l'applicazione del dispositivo di garanzia delle
frontiere fosse, nel caso specifico, esclusa. La Slovacchia divenne
uno Stato indipendente; i tedeschi dichiararono un "protettorato"
sulle province ceche di Boemia e Moravia e le sottoposero al loro
diretto dominio; gli ungheresi occuparono la provincia della Rutenia.
Hitler aveva finalmente dimostrato senza possibilit di dubbio di non
considerarsi legato da alcun trattato internazionale e di essere
pronto a raggiungere i propri scopi con qualunque mezzo. Bench
l'ansiosa domanda che si era posta durante tutti i mesi invernali
circa la sua prossima manovra avesse trovato una risposta temporanea,
era ormai chiaro che Hitler avrebbe fatto seguire alla distruzione
della Cecoslovacchia un altro passo verso la conquista di Lebensraum
[spazio vitale] in Oriente. Il 21 marzo, dichiar di prendere

p 346 .

possesso del distretto di Memel, ai confini fra la Prussia orientale e
la Lituania, dopo che quest'ultima, volente o nolente, aveva accettato
un ultimatum tedesco. Ora sembrava quasi certo che la prossima vittima
sarebbe stata la Polonia.

12 . Le responsabilit di Francia e Inghilterra.

Da: A. J. P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale,
Laterza, Bari, 1965

In contrasto con la tesi dominante che addebita all'aggressivit della
politica estera nazista le maggiori responsabilit della guerra, lo
storico inglese Alan John P. Taylor sostiene che l'origine del
conflitto non va cercata nella deliberata volont e nella
predeterminazione di Hitler, ma negli errori e nelle incertezze
politiche e diplomatiche delle altre potenze europee. Egli accusa in
particolare la Francia e l'Inghilterra di non aver saputo e voluto n
proporre una concreta alternativa pacifica, n opporre una ferma ed
efficace resistenza. Nel seguente passo lo studioso britannico
ricostruisce le fasi finali delle manovre diplomatiche che portarono
alla sottoscrizione del patto tedesco-sovietico, un evento decisivo
per lo scoppio della seconda guerra mondiale, che egli considera
inevitabile conseguenza delle esitazioni e delle ambiguit di Gran
Bretagna e Francia.

Il 12 agosto i negoziati anglo-franco-sovietici non erano naufragati;
anzi, venivano ripresi. Le missioni militari britannica e francese
erano finalmente arrivate a Mosca. Ai suoi, Daladier aveva detto di
arrivare a una convenzione al pi presto possibile. Agli inglesi
invece fu data istruzione di "andare molto lentamente" fino a che non
si fosse raggiunto l'accordo politico (anche se le discussioni
politiche erano state sospese il 27 luglio in attesa che si
concludesse una convenzione militare): "l'accordo sui molti punti
sollevati potr occupare molti mesi". Il governo britannico, in
realt, non teneva a una solida cooperazione militare con la Russia
sovietica, ma voleva soltanto agitare lo spauracchio rosso, nella
speranza che ci bastasse a tener tranquillo Hitler. Quando per
cominciarono i colloqui, i rappresentanti britannici si trovarono
trascinati dai francesi e da Voroscilov, capo della delegazione
sovietica, sul terreno di una discussione seria. I piani di guerra
britannici e francesi furono descritti nei particolari; le risorse dei
due paesi vennero, con una certa generosit, catalogate. Il 14 agosto
fu la volta dei sovietici. Voroscilov allora chiese: "Pu l'Esercito
rosso attraversare la Polonia settentrionale [...] e la Galizia per
entrare in contatto col nemico? Sar permesso alle truppe sovietiche
di attraversare il territorio romeno?". Era la questione decisiva.
Britannici e francesi non seppero che cosa rispondere. I colloqui si
arenarono; il 17 agosto si aggiornarono, per non essere pi ripresi
sul serio. [...]
L'interrogativo posto dai sovietici sollevava, in forma nuova, il
vecchio contrasto di fondo: le potenze occidentali volevano l'Unione
Sovietica come un comodo ausiliario; i russi erano decisi a farsi
riconoscere come attori principali. [...]
I governi britannico e francese non apprezzarono questi calcoli
sovietici; ma capirono che a quella sgradita questione bisognava pur
rispondere, ora che i russi l'avevano posta. L'uno e l'altro si
rivolsero, senza troppe speranze, a Varsavia. Gli inglesi ricorsero
ancora ad argomenti politici: "l'accordo con l'Unione Sovietica
sarebbe inteso a dissuadere Hitler dalla guerra"; se i negoziati
fossero falliti, "la Russia potrebbe o dividere le spoglie con la
Germania [...] o costituire la principale minaccia a guerra finita".
Beck [Jszef Beck, ministro degli esteri polacco] diede anche lui una
risposta politica: il consenso al passaggio di truppe russe per la
Polonia, lungi dal dissuadere Hitler, "porterebbe a una immediata
dichiarazione di guerra da parte della Germania". Entrambi gli
argomenti politici avevano senso, ma n l'uno n l'altro avevano alcun
peso rispetto alla situazione militare. I francesi ragionarono in
termini pi pratici. La sola cosa che premesse loro era di impegnare
l'Esercito rosso nel conflitto con Hitler, e non badavano

p 347 .

se questo sarebbe accaduto a spese della Polonia: fosse dipeso da
loro, avrebbero volentieri buttato a mare la Polonia, pur di
procurarsi in cambio la cooperazione sovietica. [...]
In ogni modo, la possibilit di un'alleanza sovietica, se mai c'era
stata, era ormai perduta. Il 14 agosto, poche ore dopo che Voroscilov
ebbe posto la sua fatale domanda, Ribbentrop [Joachim von Ribbentrop,
ministro degli esteri tedesco dal 1938 al 1945] scrisse un telegramma
a Schulenburg, suo ambasciatore a Mosca: "Non esiste alcun reale
conflitto di interessi fra Germania e Russia [...]. Non c' questione,
dal Baltico al Mar Nero, che non possa risolversi con completa
soddisfazione delle due parti". Ribbentrop era disposto a recarsi a
Mosca, per "gettarvi le fondamenta di una definitiva sistemazione dei
rapporti russo-tedeschi". [...]
Schulenburg consegn il messaggio di Ribbentrop il 15 agosto. Molotov
[pseudonimo di Vjac_eslav Michajlovic_ Skrjabin, ministro degli esteri
sovietico dal 1939 al 1949] non volle darsi premura: pur ricevendo il
messaggio "con grandissimo interesse", pensava che i negoziati
avrebbero portato via del tempo. Chiese "come vedrebbe il governo
tedesco l'idea di un patto di non aggressione con l'Unione Sovietica".
La risposta gli giunse in meno di ventiquattr'ore: la Germania offriva
non solo un patto di non-aggressione, ma una garanzia congiunta degli
stati baltici e la mediazione fra Russia sovietica e Giappone. La cosa
essenziale era la visita di Ribbentrop. [...]
Il 18 agosto Ribbentrop buss pi forte che mai alla porta sovietica.
I rapporti andavano chiariti subito, "in modo da non essere colti di
sorpresa dallo scoppio di un conflitto tedesco-polacco". Ancora una
volta Molotov fu esitante: la visita di Ribbentrop "non si poteva
fissare, nemmeno approssimativamente". Ma non era passata mezz'ora e
Schulenburg fu richiamato al Cremlino: Ribbentrop, gli fu detto,
poteva venire di l a una settimana. Non c' modo di sapere che cosa
abbia provocato questa decisione improvvisa. Schulenburg ritenne che
fosse intervenuto personalmente Stalin; ma era un'ipotesi, come tutte
le altre che si fecero poi. L'invito sovietico parve sempre troppo
tardivo a Hitler, il quale voleva che Ribbentrop fosse ricevuto
immediatamente. Questa fretta pu darsi che dipendesse soltanto
dall'impazienza che sempre seguiva alle sue lunghe esitazioni; ma
forse ha una spiegazione pi profonda. La data del 26 agosto sarebbe
stata sufficiente se Hitler avesse mirato soltanto a sgombrarsi la
strada per un attacco alla Polonia il 1 settembre; sufficiente invece
non era a dargli tempo per due operazioni: spezzare prima i nervi
delle potenze occidentali mediante un accordo con la Russia sovietica,
e spezzare poi i nervi dei polacchi con l'aiuto delle potenze
occidentali. Ecco perch la fretta di Hitler induce fortemente a
pensare che egli mirasse a una seconda "Monaco", e non alla guerra.
Comunque, a questo punto Hitler ag senza intermediario diplomatico.
Il 20 agosto mand un messaggio personale a Stalin, accettando tutte
le richieste sovietiche e chiedendo che Ribbentrop fosse ricevuto
subito. Quel messaggio  una pietra miliare nella storia mondiale:
segna il momento in cui la Russia sovietica torn ad essere una grande
potenza europea. Nessuno statista europeo, prima d'allora, s'era mai
rivolto direttamente a Stalin. I dirigenti occidentali lo avevano
trattato come se fosse un lontano e inutile bey [funzionario politico-
militare dell'impero ottomano] di Bukhara, adesso Hitler riconosceva
in lui il capo di un grande stato. Sembra che Stalin sia sempre stato
sordo ai sentimenti personali; ma l'approccio di Hitler deve averlo
ugualmente lusingato. Il momento della decisione era giunto. Il 20
agosto il trattato commerciale fra la Russia sovietica e la Germania
fu concluso; era cos adempiuta la prima condizione posta dai
sovietici. La mattina del 21 agosto Voroscilov si incontr con le due
missioni militari: non avevano nulla da riferire, e la riunione fu
aggiornata sine die [letteralmente dal latino: senza giorno, senza
data, ossia a data da destinarsi]. Alle ore 17 Stalin accett che
Ribbentrop venisse a Mosca subito - il 23 agosto. La notizia fu
annunciata la sera stessa a Berlino, e l'indomani a Mosca. [...]
Ribbentrop [...] si rec a Mosca per concludere l'accordo; e ci riusc
subito. Il patto

p 348 .

pubblico, firmato il 23 agosto, prevedeva la non-aggressione
reciproca. Un protocollo segreto escludeva la Germania dagli stati
baltici e dalle zone orientali della Polonia - il territorio a est
della linea Curzon [confine orientale della Polonia, contestato dalla
Russia e dalla Polonia stessa], abitato da ucraini e russi bianchi.
Era, dopotutto, quel che i russi avevano cercato di ottenere dalle
potenze occidentali. Il patto nazi-sovietico era solo un altro modo
per ottenerlo: un modo non troppo buono, ma sempre meglio che nulla.
La sistemazione di Brest-Litovsk era finalmente disfatta, col consenso
della Germania anzich con l'appoggio delle potenze occidentali. Era
senza dubbio brutto che la Russia sovietica facesse un accordo con il
maggiore stato fascista, ma questo rimprovero suonava male sulle
labbra di statisti che erano andati a Monaco e che avevano trovato
allora nei propri paesi il sostegno di vaste maggioranze. I russi in
sostanza avevano fatto solo quel che avevano sperato di fare i
dirigenti occidentali; e l'amarezza dell'Occidente fu l'amarezza del
disappunto, mista alla rabbia per il fatto che le professioni di fede
comunista non erano pi sincere delle loro professioni di fede
democratica. Il patto non conteneva nessuna di quelle nauseanti
espressioni di amicizia che Chamberlain aveva messo nella
dichiarazione anglo-tedesca il giorno dopo la conferenza di Monaco.
Stalin infatti respinse ogni espressione del genere: "Il governo
sovietico non pu all'improvviso uscirsene con assicurazioni di
amicizia tedesco-sovietica, dopo che per sei anni il governo nazista
non ha fatto che tirargli addosso secchiate di immondizia". [...]
Comunque si volti la sfera magica e si cerchi di guardare nel futuro
dal punto di vista del 23 agosto 1939,  difficile vedere quale altra
strada avrebbe potuto prendere la Russia sovietica. Le preoccupazioni
sovietiche di un'alleanza europea contro la Russia erano esagerate, ma
non infondate. Ma, a parte questo, poich i polacchi rifiutavano
l'aiuto sovietico, e poich gli inglesi tiravano per le lunghe i
negoziati a Mosca senza cercar sul serio di giungere a una
conclusione, la neutralit, con o senza un patto formale, era il
massimo a cui la diplomazia sovietica potesse aspirare; e la
limitazione degli acquisti tedeschi in Polonia e nel Baltico
rappresentava l'allettamento che rendeva desiderabile un patto
formale. La linea era giusta, secondo i manuali di diplomazia;
conteneva tuttavia un grosso errore: concludendo un accordo scritto,
gli statisti sovietici, come quelli occidentali prima di loro, caddero
nell'illusione che Hitler avrebbe mantenuto la parola. Stalin aveva i
suoi dubbi, ovviamente. Al momento del congedo disse a Ribbentrop: "Il
governo sovietico prende molto sul serio il nuovo patto. Pu garantire
sulla sua parola d'onore che l'Unione Sovietica non tradir il suo
alleato". C'era un chiaro sottinteso: "Fa' lo stesso anche tu". Ma
nonostante ci  chiaro che Stalin pensava che il patto avesse valore
non soltanto come manovra immediata, ma per un lungo periodo. Questo 
strano, ma non insolito. Gli uomini privi di scrupoli spesso si
lamentano quando gli altri li ingannano.
